Gli arabi ci hanno lasciato un patrimonio culturale ricco e vasto, non solo in ambito artistico, ma anche gastronomico. A loro dobbiamo la ricetta dei dolci di martorana, chiamati anche marzapane, in arabo “marzaban” – dal nome della scatola in cui erano conservati.

Gli ingredienti sono pochi e semplici, ma ogni boccone è un’esplosione di gusto. La preparazione più antica a Palermo si deve alle suore che vivevano nel convento annesso alla chiesa di Santa Maria dell’Ammiraglio, o San Nicolò dei Greci, (conosciuta come la Martorana). La chiesa fu costruita nel 1143 da Giorgio d’Antiochia, sotto il regno di Ruggero II e nel 1193. Per volere della nobildonna Eloisa Martorana, si costruì un monastero benedettino vicino la chiesa e il convento.

L’intero complesso fu chiamato Martorana, così come i dolci preparati dalle suore. Il convento includeva un grande orto in cui crescevano molti ortaggi e frutti che le suore stesse curavano. Un giorno il vescovo, sapendo che quello era l’orto più bello della città, decise di andare a constatare con i suoi occhi e senza alcun preavviso si recò in visita presso il convento. Essendo inverno però, l’orto era privo di frutti, allora le suore decisero di abbellire gli alberi con qualche dolce cui diedero la forma della frutta e degli agrumi. Con un po’ di zucchero e della farina di mandorle realizzarono i dolci di martorana, ormai entrati tra i dolci della tradizione siciliana.

Questi dolci erano talmente buoni che le famiglie ricche della città mandavano i loro servi a ritirarne alcuni presso il convento. Le suore, non potendo avere nessun contatto con il mondo esterno, poggiavano il pacco all’interno di una ruota e in cambio i servi lasciavano un’offerta.
Le vetrine delle pasticcerie palermitane sono piene di questi dolci coloratissimi a forma di mandarini, arance, limoni, zucche, soprattutto nel mese di novembre, in occasione della festa “dei morti”.

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